L’Italian Sounding continua a rappresentare una delle principali minacce per il Made in Italy agroalimentare. Non si tratta soltanto di prodotti che richiamano l’Italia attraverso nomi, colori o immagini, ma di un vero e proprio sistema che sfrutta la reputazione delle nostre eccellenze senza alcun legame con il territorio, le materie prime o i disciplinari di produzione. Secondo le più recenti stime, il giro d’affari mondiale dei falsi prodotti italiani ha ormai raggiunto i 42 miliardi di euro, una cifra che evidenzia la portata di un fenomeno che sottrae valore alle imprese italiane, altera la concorrenza e inganna milioni di consumatori.
Il mercato più esposto resta quello degli Stati Uniti, dove i prodotti che imitano le specialità italiane generano un valore addirittura superiore rispetto alle autentiche esportazioni agroalimentari del nostro Paese. Sugli scaffali dei supermercati è facile imbattersi in “Parmesan”, “Romano Cheese”, “Chianti Style”, “Prosciutto tipo Parma” o altri alimenti confezionati con il tricolore, immagini del Colosseo o richiami all’Italia che inducono il consumatore a credere di acquistare un prodotto italiano quando, in realtà, è stato realizzato altrove. Secondo i dati del Dipartimento dell’Agricoltura statunitense (USDA), ogni anno negli Usa vengono prodotti circa 222 milioni di chili di “Parmesan”, 170 milioni di chili di “Provolone”, 23 milioni di chili di “Pecorino Romano” e quasi 40 milioni di chili di altri formaggi ispirati alla tradizione italiana, come il Friulano. A questi si aggiungono oltre 2 miliardi di chili di mozzarella, per una produzione complessiva di formaggi “Italian style” che sfiora i 2,7 miliardi di chili.
Il fenomeno non riguarda soltanto i grandi marchi, ma colpisce soprattutto le piccole e medie imprese che ogni giorno investono in qualità, sicurezza alimentare, innovazione e valorizzazione dei territori. Per il sistema produttivo l’Italian Sounding costituisce un danno economico e competitivo che limita le opportunità di crescita sui mercati internazionali e riduce il valore aggiunto costruito dalle aziende attraverso investimenti, ricerca e professionalità. La diffusione dei falsi prodotti italiani appare ancora più preoccupante se confrontata con l’andamento dell’export agroalimentare nazionale. Le esportazioni italiane continuano infatti a registrare risultati record e, secondo le stime di ISMEA, hanno raggiunto nel 2025 un valore di circa 73 miliardi di euro, confermando il ruolo strategico dell’agroalimentare per l’economia italiana. Proprio il crescente successo internazionale del Made in Italy rende però sempre più conveniente per molti operatori commercializzare imitazioni che sfruttano la reputazione delle produzioni italiane senza rispettarne gli standard qualitativi.
Contrastare l’Italian Sounding significa quindi difendere non soltanto un marchio, ma un intero patrimonio economico, culturale e produttivo. Servono accordi commerciali internazionali più efficaci, una tutela sempre più forte delle Indicazioni Geografiche, controlli puntuali sulle piattaforme di e-commerce e un’informazione chiara ai consumatori affinché possano riconoscere i prodotti autentici. È altrettanto importante continuare a promuovere il valore delle certificazioni DOP e IGP e sostenere le imprese che rispettano rigorosi disciplinari di produzione. Solo così sarà possibile ridurre un fenomeno che sottrae miliardi di euro all’economia italiana, tutelare la competitività delle imprese e preservare l’autenticità di un patrimonio agroalimentare riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo.
FONTI: IL SOLE 24 ORE, ISMEA, ANSA, MASAF, COMMISSIONE EUROPEA


