RISO, L’EUROPA NON CAMBIA ROTTA: FILIERA ITALIANA SOTTO PRESSIONE

Il recente voto del Parlamento europeo sul sistema di preferenze generalizzate (SPG) ha confermato l’attuale assetto normativo in materia di importazioni di riso dai Paesi meno avanzati, senza introdurre modifiche alle soglie di attivazione della clausola di salvaguardia, suscitando forti preoccupazioni per il futuro della filiera risicola italiana ed europea.

L’Italia, primo produttore europeo con oltre il 50% della produzione complessiva, rappresenta un pilastro strategico del settore, ma si trova oggi a fronteggiare una crescente pressione competitiva legata all’aumento delle importazioni a dazio zero, come evidenziato anche dagli articoli di stampa allegati. Negli ultimi anni, infatti, il mercato europeo del riso è stato caratterizzato da un incremento significativo dei flussi in ingresso, in particolare da Paesi come Cambogia e Myanmar, favoriti dal regime agevolato previsto dall’Unione europea: secondo dati dell’Ente Nazionale Risi, nella campagna 2023/2024 le importazioni dai Paesi meno avanzati hanno superato le 477 mila tonnellate, confermandosi su livelli tra i più elevati degli ultimi anni. Queste dinamiche si inseriscono in un contesto globale in espansione, con il commercio mondiale di riso stimato in crescita fino a circa 61,8 milioni di tonnellate nel 2026, trainato soprattutto dalla domanda dei Paesi africani, mentre a livello internazionale si registra un rafforzamento delle esportazioni asiatiche e, in diversi casi, l’adozione di misure di tutela da parte dei mercati più esposti. Nel contesto europeo, tuttavia, gli strumenti di salvaguardia risultano poco reattivi, poiché l’attivazione dei dazi è subordinata a incrementi molto elevati delle importazioni, rendendo difficile intervenire tempestivamente per prevenire squilibri di mercato; una criticità particolarmente rilevante se si considera che l’Unione europea produce circa 2,5 milioni di tonnellate di riso a fronte di un consumo di circa 3,5 milioni, risultando quindi strutturalmente dipendente dalle importazioni. A ciò si aggiunge il tema della concorrenza asimmetrica, dal momento che le imprese italiane operano nel rispetto di standard stringenti in materia di sicurezza alimentare, sostenibilità ambientale e diritti del lavoro, mentre il prodotto importato può provenire da contesti regolatori meno rigorosi, con conseguenti differenze nei costi di produzione. In questo scenario, la conferma dell’attuale sistema normativo rischia di amplificare le difficoltà del comparto, mettendo sotto pressione la redditività delle imprese e la sostenibilità economica dell’intera filiera, con possibili ricadute anche sul piano occupazionale e territoriale. Per questo motivo, le organizzazioni di settore ribadiscono la necessità di una revisione delle regole europee, attraverso l’introduzione di soglie più realistiche per l’attivazione della clausola di salvaguardia, strumenti di intervento più rapidi ed efficaci e una maggiore attenzione agli standard qualitativi e di sostenibilità delle importazioni, con l’obiettivo di garantire condizioni di concorrenza eque senza rinunciare ai principi di apertura commerciale. Per l’Italia, leader europeo del comparto, diventa quindi sempre più urgente promuovere una strategia che sappia coniugare tutela delle filiere produttive, valorizzazione del Made in Italy e sostenibilità, evitando che le attuali dinamiche di mercato compromettano nel lungo periodo la competitività di uno dei settori più rappresentativi dell’agroalimentare nazionale.

FONTI: IL SOLE 24 ORE, LA STAMPA, AGRONOTIZIE, COMMISSIONE EUROPEA